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"CANNETO" Il nome deriva
dalla presenza di canneti che in passato
caratterizzavano la zona ricca di acque. Ancora oggi
numerose sorgenti sono presenti nel paese. La prima
leggenda cannetana risale all’epoca dei longobardi,
popolo che dopo la caduta di Roma si stanziò nelle terre
sabine. Si narra che il principe longobardo Agilulfo,
dopo aver sposato una fanciulla sabina di nome Artemia,
ai piedi dell’olivo millenario, pacificò la regione
esonerando i sabini dai tributi imposti dai Duchi di
Spoleto. I primi stanziamenti, sono datati intorno al IX°
secolo, quando il territorio farense venne diviso in
piccoli lotti ceduti ad agricoltori locali, sotto il
dominio [
dell’Abbazia di Farfa ].
Le prime strutture, qualche bottega e la chiesa,
risalgono al XI°-XII° secolo. Tra il XVII° e il XIX°
secolo gran parte dei terreni farfensi furono ceduti a
grandi famiglie aristocratiche tra cui i Pacieri che
arricchirono la zona di scuole, fontane, chiese e
frantoi per sfruttare le ricchezze agricole della
Sabina. Nel primo dopoguerra i rapporti tesi tra
proprietari terrieri e mezzadri degenerarono in un
sanguinoso episodio: un corteo di braccianti si scontrò
a fuoco con le forze dell'ordine, tra i civili morirono
undici persone, ancora oggi la dinamica dei fatti è
oscura, non si sa se parte dei dimostranti era armata o
meno. Nei secoli Canneto è cresciuto espandendosi
gradualmente nella campagna circostante. Ad oggi si
sviluppa lungo la principale via Roma che percorre tutto
il paese fino ad arrivare in Piazza Luigi Pacieri. Al di
sotto della piazza, interessante è il borgo di
“Cannetaccio”, la parte più antica del paese. Secondo i
dati ufficiali relativi al 2006, a Canneto vivono 561
femmine, 581 maschi per un totale di 1142 abitanti.
A Canneto, risiede “L’Olivone”, come lo chiamano gli
abitanti del posto, cresce nella tenuta dei fratelli
Bertini, non lontano dal centro del paese, ed è
considerato, uno degli alberi millenari più vetusti
d'Europa.
La chiesa di Santa Maria della Neve, conserva al suo
interno gruppi di affreschi quattrocenteschi con
immagini religiose, risalenti al XV°-XVII° secolo, essa
si trova presso l’abitazione della famiglia Tanteri. La
grande casa rurale, sede un tempo di un convento
benedettino, risale ad inizio secolo e può definirsi una
casa - fabbrica per la presenza di un antico frantoio
d’olio. |
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L'Ulivo (l'Olivone) di CANNETO - "Il patriarca della
natura!" |
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La Sabina per il suo
clima e per la posizione geografica è particolarmente
adatta per la coltivazione dell'olivo.
Questa cultura vanta di una nobile e antica tradizione:
l'ulivo millenario di Canneto Sabino con circa 3000 anni
alle spalle ne è una testimonianza.
Le olive a causa della loro delicatezza vengono raccolte
manualmente dall'albero nel periodo Novembre-dicembre
quando hanno raggiunto il giusto grado di maturazione.
successivamente il frutto viene lavorato nel frantoio in
due fasi: prima viene trasformato in "pasta" poi avviene
la spremitura a freddo.
Tale metodo di lavorazione è molto antico e garantisce
la genuinità e la qualità del prodotto, ossia un olio
extravergine di oliva organoletticamente perfetto a
bassissimo contenuto di acidità.
Presso la longobarda Fara, nelle campagne di Canneto
Sabino che digradano al Fluvium Currensis, vive un'ulivo
ultra millenario, enorme, bellissimo: un patriarca della
natura. Alto una quindicina di metri, il suo tronco,
tozzo, tarchiato, nodoso, molto contorto e irregolare
nella sezione ha le eccezzionali misure di mt. 5,60 di
circonferenza nella parte stretta e mt. 7,20 nella parte
media. Branche enormi da cui ne originano altre e rami
formano l'impalcatura della chiesa globosa, anni fa
enorme, modificabile tuttavia con opportuna ed attenta
potatura. Inferiormente al fusto, nella zona prossima
alla ceppaia, si apre una cavità che penetra nel tronco
svuotandolo all'interno. Questa caverna, formatasi
certamente per un remoto attacco di carie fungina da
poliporacee, va ora restringendosi grazie alla
formazione di nuovi tessuti (corde) prodotti dal
meccanismo rigenerativo dell'ulivo. La cavità è tale che
ancora oggi una persona di medie dimensioni può
introdurvisi ed è rifugio delle razzolanti galline
dell'aia quando gli improvvisi temporali estivi
interrompono il loro metodico ruspo.
Anche il cane vi si insinua nel tempo degli infuocati
pomeriggi di luglio. Un tempo però questa concavità era
molto più ampia e sotterranea e pare fosse utilizzata
come deposito di bombe, nel periodo bellico infatti
quest'ulivo era segnato nelle mappe militari tedesche
come punto di riferimento.
Quanti anni ha l'ulivo di Canneto? Nessuno può dirlo con
precisione e la sua storia si intreccia con la
tradizione popolare del luogo; i vecchi novantenni del
paese già dai loro bisnonni sentirono parlare di
quest'ulivo vetusto.
La circonferenza del fusto che abbiamo misurato coincide
in linea di massima con quella riportata nella
pubblicazione "Ulivi e olio di Sabina" effettuata nel
1948. Se dunque nell'arco di 29 anni il fusto non ha
registrato aumento in sezione, quanti anni ci sono
voluti per raggiungere tali dimensioni? A questo punto
però non vorremmo cadere in un ingenuo errore
dendrometrico poiche anche se lo sviluppo di un ulivo
dal lato vegetativo è caratterizzato da accentuata
lentezza nell'accrescimento, è influenzato tuttavia da
innumerevoli fattori ed è alquanto irregolare, lo
dimostrerebbe, ad esempio, il riempimento progressivo
del foro cariale anzi accennato.
All'ulivo di Canneto si attribuisce l'età di 2000 e più
anni facendolo risalire al tempo di Numa Pompilio il re
di Roma.
Numa fu infatti nativo di Cures o Curi, città Sabina
anteriore di molti secoli a Roma che gli storici
collocano nella zona dove ora si trova il romitorio
dell'Arci, presso il fiume Corese a pochi km da Canneto.
E sebbene molti storici sostengono che i primi re
fossero figure leggendarie pur altri non escludono che
Numa sia stato un personaggio storico sulla cui origine
sabina nessuno ha mai sollevato dubbi, del resto
ritrovamenti e testimonianze dell'antichità attestano la
presenza in loco di una civiltà già fiorente in epoca
preromana.
"ANTIQUISIMI SABINORUM GENS ET INDIGENA" dice Strabone,
un popolo forte dedito al lavoro dei campi e alla
pastorizia, profondamente religioso che adorava
principalmente la DEA VACUNA e il suo fondatore Sabo,
mitica figura divinizzata.
Se in quelle lontane primavere sotto i cui auspici si
svolgevano le caratteristiche migrazioni del "VER SACRUM",
già cariche di minuscoli fiori bianchi, erano le mignole
dell'ulivo di Canneto e forse improbabile ma tradizione
popolare e leggenda bene si addicono ad una pianta
millenaria ed a una specie agraria che, si svolge
assieme alle grandi civiltà del mediterraneo.
Un'ipotesi attendibile è quella di poter stabilire l'età
dell'ulivo di Canneto analizzando un'evento storico che
ebbe un'importanza fondamentale per la coltura ovicola
della zona. Il vicino monastero di Farfa, già tempio di
VACUNA, fondato da S. Lorenzo Siro intorno al V secolo
subì la completa distruzione ad opera dei Longobardi
(fine sec. VI).Viveva però in Gerusalemme presso S.
Sepolcro un prete originario della Savoia (Morienna);
egli mentre una notte pregava ebbe una visione e fu
invitato dalla Vergine a tornare in Italia, a cercare
nella Sabina, alle falde dell'Acuziano(odieno S.
Martino) un luogo riconoscibile da tre alti cipressi, ed
aggiunse: "Lì troverai una basilica dedicata in mio
onore; a te e a tutti coloro che dopo di te abiteranno
quel luogo non mancherà mai nulla e molti, seguendo il
tuo esempio, di li migreranno ai regni celesti.
Il monaco passando per Efeso fece ritorno in Italia.
Giunto a Roma peregrinò per la Sabina e mentre si
trovavanei pressi dell'Acuziano, sulla riva destra del
torrente Riana vide i tre cipressi, allora assieme ai
suoi compagni facendosi strada nel fittissimo bosco
giunse nel luogo stabilito; ivi rialzò i fabbricati
diruti, ricostruì la basilica, rianimò la vita
monastica. Siamo nell'ottavo secolo, S. Tommaso di
Morienna inizia nella zona limitrofa alla badia una
profonda opera di bonifica agraria; estirpa le boscaglie
e pianta ulivi. E' dunque in questo periodo, nel 700
dell'era volgare, quando per volere di S. Tommaso di
Morienna (+10 dic. 720), venerato protettore degli
uliveti, furono piantati o innestati su ulimastri già
preesistenti centinaia e centinaia di ulivi,che si pone
con buona attendibilità il natale dell'ulivo di Canneto.
Nel 1850 o 1870 la famiglia Bertini acquistò dal
monastero di Farfa l'appezzamento di terra in cui già
figurava quest'ulivo ed abbiamo visto, per gentile
concessione del sig. Bertini,quest'atto di acquisto.
Successiva alla vendita dell'ulivo da parte della Badia
è una curiosa ed interessante storia. Si narra che
un'antenata del Bertini ormai avanzata negli anni e sul
punto di morire, chiamasse al suo capezzale un monaco
benedettino per gli estremi conforti religiosi. Era
usanza in quei tempi (e ciò in molte contrade della
Sabina e ancora in auge) lasciare in simili circostanze
una donazione alla chiesa, quale simbolico atto di
devozione e testimonianze della propria fede. Il monaco
dopo aver prestato la sua opera di misericordia
consigliò alla molitura di elargire il secolare ulivo.
La donna pur morente non aderì a quella richiesta quasi
che l'ulivo rappresentasse il simbolo di una vita di
duro e onesto lavoro e prevalse non l'orgoglio ma la
convinzione che quell'albero fosse un baluardo per la
sua famiglia, il segno della sua unità trasmissibile ai
suoi discendenti. Sembra che di fronte alla fermezza
della vegliarda il monaco non concedesse l'assoluzione.
Il fatto, così nella sua schiettezza con la quale ci è
stato raccontato, non pone certo considerazioni inerenti
alla sua veridicità testimonia invece una realtà già
acquisita: l'ulivo di Canneto e le briciole della sua
storia nel tempo.
L'ulivo del Bertini e della varietà olivastrone,
fornisce una media di 7-8 qli di oliva che ben 17
persone, con il metodo della spiccatura, raccolsero in
un giorno e mezzo. Quest'ulivo millenario, perchè se
anche poniamo il suo inizio vegetativo intorno all'anno
mille, i dieci secoli di età non glieli toglie nessuno.
quest'ulivo di Canneto è ancora oggi in pieno rigoglio
produttivo. Ma quanto ancora vivrà? " L'ulivo non ha
vecchiaia" dice un antico aforisma umbro-sabino, e l'olea
del Bertini ne è la testimonianza più tangibile. Questa
specie arborea possiede infatti i mezzi necessari per
difendersi dalle ingiurie del tempo e degli uomini, per
adattarsi a difficili condizioni ambientali e
consolidarsi ulteriolmente. Insieme col castagno e col
carrubo l'ulivo è tra le specie longeve da frutto più
interessanti del nostro paese, è la specie tenace venuta
dalla macchia mediterranea e a questa più volte tornata,
per la quale giocano i vantaggi e gli svantaggi,
culturalmente parlando, delle piante sempre verdi. Tra
le aboree coltivate l'ulivo ha la spiccatissima facoltà
di ringiovanire disponendosi a a fruttificare
abbondantemente anche dopo un lungo periodo di crisi
fisiologica. La sua vitalità è straordinaria grazie alla
meravigliosa attività pollonante e a quella neoplastica
che culmina nella produzione degli ovuli e delle corde.
Quando la disastrosa gelata del 1956 colpì anche le
terre di Canneto, il plurisecolare ulivo si spogliò
completamente, con i suoi rami nudi sembrava stecchito,
esso che per secoli aveva vinto innumerevoli avversità,
cadeva sotto i colpi di una tardiva e infame gelata.
Ma quale meraviglia e giubilo ci fù quando, dai rami
scheletriti spuntarono verdi e rigolgliose gemme.
E' certamente una favola quella della fenice, mitico
uccello, che dopo un avita molto lunga, muore sopra un
rogo di legni odorosi; e quindi rinasce dalle sue stesse
ceneri; è una favola, è vero, ma bene si adatta ad un
ulivo millenario. E' stato detto che l'ulivo dei Bertini
è il più grande d'Europa. Non avalliamo questa notizia,
poichè un'indagine in questo senso non è mai stata
svolta, mentre è possibile che nel salento o in Calabria
esistano ulivi più vetusti. In ogni caso l'importanza di
questo ulivo, data la sua età è sopratutto storica. |
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