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Comune di Fara in Sabina

L'Ulivo (Olivone) più grande d'Europa
"Il patriarca della natura"

La Sabina per il suo clima e per la posizione geografica è particolarmente adatta per la coltivazione dell'olivo.
Questa cultura vanta di una nobile e antica tradizione: l'ulivo millenario di Canneto Sabino con circa 3000 anni alle spalle ne è una testimonianza.
Le olive a causa della loro delicatezza vengono raccolte manualmente dall'albero nel periodo Novembre-dicembre quando hanno raggiunto il giusto grado di maturazione.
successivamente il frutto viene lavorato nel frantoio in due fasi: prima viene trasformato in "pasta" poi avviene la spremitura a freddo.
Tale metodo di lavorazione è molto antico e garantisce la genuinità e la qualità del prodotto, ossia un olio extravergine di oliva organoletticamente perfetto a bassissimo contenuto di acidità.
Presso la longobarda Fara, nelle campagne di Canneto Sabino che digradano al Fluvium Currensis, vive un'ulivo ultra millenario, enorme, bellissimo: un patriarca della natura. Alto una quindicina di metri, il suo tronco, tozzo, tarchiato, nodoso, molto contorto e irregolare nella sezione
ha le eccezionali misure di mt. 5,60 di circonferenza nella parte stretta e mt. 7,20 nella parte media. Branche enormi da cui ne originano altre e rami formano l'impalcatura della chiesa globosa, anni fa enorme, modificabile tuttavia con opportuna ed attenta potatura. Inferiormente al fusto, nella zona prossima alla ceppaia, si apre una cavità che penetra nel tronco svuotandolo all'interno. Questa caverna, formatasi certamente per un remoto attacco di carie fungina da poliporacee, va ora restringendosi grazie alla formazione di nuovi tessuti (corde) prodotti dal meccanismo rigenerativo dell'ulivo. La cavità è tale che ancora oggi una persona di medie dimensioni può introdurvisi ed è rifugio delle razzolanti galline dell'aia quando gli improvvisi temporali estivi interrompono il loro metodico ruspo.
Anche il cane vi si insinua nel tempo degli infuocati pomeriggi di luglio. Un tempo però questa concavità era molto più ampia e sotterranea e pare fosse utilizzata come deposito di bombe, nel periodo bellico infatti quest'ulivo era segnato nelle mappe militari tedesche come punto di riferimento.
Quanti anni ha l'ulivo di Canneto? Nessuno può dirlo con precisione e la sua storia si intreccia con la tradizione popolare del luogo; i vecchi novantenni del paese già dai loro bisnonni sentirono parlare di quest'ulivo vetusto.
La circonferenza del fusto che abbiamo misurato coincide in linea di massima con quella riportata nella pubblicazione "Ulivi e olio di Sabina" effettuata nel 1948. Se dunque nell'arco di 29 anni il fusto non ha registrato aumento in sezione, quanti anni ci sono voluti per raggiungere tali dimensioni? A questo punto però non vorremmo cadere in un ingenuo errore dendrometrico poiché anche se lo sviluppo di un ulivo dal lato vegetativo è caratterizzato da accentuata lentezza nell'accrescimento, è influenzato tuttavia da innumerevoli fattori ed è alquanto irregolare, lo dimostrerebbe, ad esempio, il riempimento progressivo del foro cariale anzi accennato.
All'ulivo di Canneto si attribuisce l'età di 2000 e più anni facendolo risalire al tempo di Numa Pompilio il re di Roma.
Numa fu infatti nativo di Cures o Curi, città Sabina anteriore di molti secoli a Roma che gli storici collocano nella zona dove ora si trova il romitorio dell'Arci, presso il fiume Corese a pochi km da Canneto. E sebbene molti storici sostengono che i primi re fossero figure leggendarie pur altri non escludono che Numa sia stato un personaggio storico sulla cui origine sabina nessuno ha mai sollevato dubbi, del resto ritrovamenti e testimonianze dell'antichità attestano la presenza in loco di una civiltà già fiorente in epoca preromana.
"ANTIQUISIMI SABINORUM GENS ET INDIGENA" dice Strabone, un popolo forte dedito al lavoro dei campi e alla pastorizia, profondamente religioso che adorava principalmente la DEA VACUNA e il suo fondatore Sabo, mitica figura divinizzata.
Se in quelle lontane primavere sotto i cui auspici si svolgevano le caratteristiche migrazioni del "VER SACRUM", già cariche di minuscoli fiori bianchi, erano le mignole dell'ulivo di Canneto e forse improbabile ma tradizione popolare e leggenda bene si addicono ad una pianta millenaria ed a una specie agraria che, si svolge assieme alle grandi civiltà del mediterraneo. Un'ipotesi attendibile è quella di poter stabilire l'età dell'ulivo di Canneto analizzando un evento storico che ebbe un'importanza fondamentale per la coltura olivicola della zona. Il vicino monastero di Farfa, già tempio di VACUNA, fondato da S. Lorenzo Siro intorno al V secolo subì la completa distruzione ad opera dei Longobardi (fine sec. VI).Viveva però in Gerusalemme presso S. Sepolcro un prete originario della Savoia (Morienna); egli mentre una notte pregava ebbe una visione e fu invitato dalla Vergine a tornare in Italia, a cercare nella Sabina, alle falde dell'Acuziano(odieno S. Martino) un luogo riconoscibile da tre alti cipressi, ed aggiunse: "Lì troverai una basilica dedicata in mio onore; a te e a tutti coloro che dopo di te abiteranno quel luogo non mancherà mai nulla e molti,

seguendo il tuo esempio, di li migreranno ai regni celesti. Il monaco passando per Efeso fece ritorno in Italia. Giunto a Roma peregrinò per la Sabina e mentre si trovavanei pressi dell'Acuziano, sulla riva destra del torrente Riana vide i tre cipressi, allora assieme ai suoi compagni facendosi strada nel fittissimo bosco giunse nel luogo stabilito; ivi rialzò i fabbricati diruti, ricostruì la basilica, rianimò la vita monastica. Siamo nell'ottavo secolo, S. Tommaso di Morienna inizia nella zona limitrofa alla badia una profonda opera di bonifica agraria; estirpa le boscaglie e pianta ulivi. E' dunque in questo periodo, nel 700 dell'era volgare, quando per volere di S. Tommaso di Morienna (+10 dic. 720), venerato protettore degli uliveti, furono piantati o innestati su ulimastri già preesistenti centinaia e centinaia di ulivi,che si pone con buona attendibilità il natale dell'ulivo di Canneto. Nel 1850 o 1870 la famiglia Bertini acquistò dal monastero di Farfa l'appezzamento di terra in cui già figurava quest'ulivo ed abbiamo visto, per gentile concessione del sig. Bertini,quest'atto di acquisto. Successiva alla vendita dell'ulivo da parte della Badia è una curiosa ed interessante storia. Si narra che un'antenata del Bertini ormai avanzata negli anni e sul punto di morire, chiamasse al suo capezzale un monaco benedettino per gli estremi conforti religiosi. Era usanza in quei tempi (e ciò in molte contrade della Sabina e ancora in auge) lasciare in simili circostanze una donazione alla chiesa, quale simbolico atto di devozione e testimonianze della propria fede. Il monaco dopo aver prestato la sua opera di misericordia consigliò alla molitura di elargire il secolare ulivo. La donna pur morente non aderì a quella richiesta quasi che l'ulivo rappresentasse il simbolo di una vita di duro e onesto lavoro e prevalse non l'orgoglio ma la convinzione che quell'albero fosse un baluardo per la sua famiglia, il segno della sua unità trasmissibile ai suoi discendenti. Sembra che di fronte alla fermezza della vegliarda il monaco non concedesse l'assoluzione. Il fatto, così nella sua schiettezza con la quale ci è stato raccontato, non pone certo considerazioni inerenti alla sua veridicità testimonia invece una realtà già acquisita: l'ulivo di Canneto e le briciole della sua storia nel tempo.
L'ulivo del Bertini e della varietà olivastrone, fornisce una media di 7-8 qli di oliva che ben 17 persone, con il metodo della spiccatura, raccolsero in un giorno e mezzo. Quest'ulivo millenario, perché se anche poniamo il suo inizio vegetativo intorno all'anno mille, i dieci secoli di età non glieli toglie nessuno. quest'ulivo di Canneto è ancora oggi in pieno rigoglio produttivo. Ma quanto ancora vivrà? " L'ulivo non ha vecchiaia" dice un antico aforisma umbro-sabino, e l'olea del Bertini ne è la testimonianza più tangibile. Questa specie arborea possiede infatti i mezzi necessari per difendersi dalle ingiurie del tempo e degli uomini, per adattarsi a difficili condizioni ambientali e consolidarsi ulteriormente. Insieme col castagno e col carrubo l'ulivo è tra le specie longeve da frutto più interessanti del nostro paese, è la specie tenace venuta dalla macchia mediterranea e a questa più volte tornata, per la quale giocano i vantaggi e gli svantaggi, culturalmente parlando, delle piante sempre verdi. Tra le aboree coltivate l'ulivo ha la spiccatissima facoltà di ringiovanire disponendosi a a fruttificare abbondantemente anche dopo un lungo periodo di crisi fisiologica. La sua vitalità è straordinaria grazie alla meravigliosa attività pollonante e a quella neoplastica che culmina nella produzione degli ovuli e delle corde.
Quando la disastrosa gelata del 1956 colpì anche le terre di Canneto, il plurisecolare ulivo si spogliò completamente, con i suoi rami nudi sembrava stecchito, esso che per secoli aveva vinto innumerevoli avversità, cadeva sotto i colpi di una tardiva e infame gelata.
Ma quale meraviglia e giubilo ci fù quando, dai rami scheletriti spuntarono verdi e rigogliose gemme.
E' certamente una favola quella della fenice, mitico uccello, che dopo un avita molto lunga, muore sopra un rogo di legni odorosi; e quindi rinasce dalle sue stesse ceneri; è una favola, è vero, ma bene si adatta ad un ulivo millenario. E' stato detto che l'ulivo dei Bertini è il più grande d'Europa. Non avalliamo questa notizia, poiché un'indagine in questo senso non è mai stata svolta, mentre è possibile che nel salento o in Calabria esistano ulivi più vetusti. In ogni caso l'importanza di questo ulivo, data la sua età è sopratutto storica. [CANNETO SABINO]

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